La Diciassettesima InDicazione

Cartoline da Kiev, Haibun scelti di Andrea Cecon

Se penso al futuro anteriore immagino una cartolina. Oggi che, semplicemente premendo il tasto di un pc, siamo in connessione diretta e in tempo reale con l’altro capo del mondo, possiamo davvero dire di avere la dimensione reale del tempo?
Una cartolina è qualcosa che vive le tre dimensioni temporali, parla di immagini che sono già passato, porta un verbo presente che unisce due interlocutori distanti e sperimenterà un futuro già avvenuto nel viaggio che dovrà compiere per arrivare. Eppure in questo tragitto non vi è alcuna certezza. Quando hai tra le mani una cartolina che ha attraversato stati, regioni, mondi, hai davvero la consapevolezza della dimensione temporale e, forse, hai anche l’opportunità di fermarti a riflettere. Questa mia impressione pare essere confermata, non appena apro il libro, anche dalla citazione posta in esergo di Tiziano Terzani:

«Fermati ogni tanto. Fermati e lasciati prendere dal sentimento di meraviglia davanti al mondo.»
Si sarà sentito così Andrea Cecon tenendo in mano le cartoline spedite da Kiev dall’amica Yuliya e che sembrano provenire da un’altra dimensione temporale?
«posta celere fuori dalla cassetta una farfalla»

Lo racconta Cecon nella sua raccolta di Haibun che raccoglie una scelta di questi piccoli commenti corredati di un haiku. Una narrazione breve, semplice, priva di orpelli, di artifici letterari, di ridondanze.
Un genere poco diffuso in Italia di cui egli è stato il precursore; la narrazione degli Haibun è un universo inesplorato che merita di essere scoperto.
Una scrittura del presente che, scrivendosi, è già passato futuribile di una lettura e quindi di una rinascita introspettiva nel lettore.
La narrazione di un vissuto, infatti, non è solo ricordo o memoria. È, prima di ogni altra cosa, introspezione, lente che ingrandisce il dettaglio, lo mette a fuoco e lo rivela.
Un dettaglio come un pezzo di cemento colorato trovato per caso in una scatola, non è solo il pretesto per introdurre una narrazione, ma è storia, ossia il contenuto di quel  significante impossibile da decifrare senza una conoscenza del passato e senza la consapevolezza di un presente che abbiamo già dato per assodato. Cecon si chiede se avrebbe mai incontrato la moglie ucraina Valeria se quel muro non fosse caduto.
Sono solo pezzi di cemento colorato i frammenti del muro che divideva Berlino, l’Europa e il mondo intero? O sono simboli pesanti come macigni e pezzi di vite raccolte della propria e altrui storia? Se un battito d’ali di una farfalla può cambiare le sorti del mondo quanto può cambiare la storia un muro abbattuto quasi trenta anni fa?
Sedici righe conta questo haibun, eppure quanto potremmo commentare e dire di una riflessione che da intima si appresta a divenire universale.
Cecon ci racconta della lingua come un trait d’union tra diverse culture o al contrario come un confine surreale invalicabile:
«Le stesse pubblicità che ho lasciato in Italia, con le stesse foto, le stesse modelle e gli stessi slogan. L’unica differenza è che qui sono scritte in alfabeto cirillico. Questo aspetto mi disorienta non poco: tutto a Mosca è scritto in cirillico. La realtà sembra la stessa, ma a tratti ho l’impressione di aver varcato un’altra dimensione come in un racconto di fantascienza.»
Questo è un libro che si presta, per brevità e semplicità, ad essere letto e riletto ovunque, anche nei luoghi di transito e di passaggio. È un libro che, nella sua profondità, apre piccoli squarci sulla visione del mondo, su un paesaggio conosciuto e vasto eppure ancora da percorrere.
Di questi non luoghi ci racconta anche Cecon e ne cristallizza un ritratto temporale che appare esso stesso come una cartolina:

«Spesso mi è capitato di pensare a tutti gli aeroporti che ho visto, considerandoli degli spazi dove il tempo assume un significato diverso. Quando sei in aeroporto tutto sembra come cristallizzato: in fin dei conti sei partito, ma è come se non fossi ancora partito. L’arrivo è qualcosa di lontano nel tempo e nello spazio. L’unica cosa che ti rimane in un solo momento è l’aeroporto; con i suoi suoni, i suoi visitatori, i suoi spazi e le sue atmosfere. Ho pochissimi ricordi legati ad incontri significativi in qualche aeroporto. L’assoluta atmosfera di transitorietà che ho percepito così distintamente, mi ha sempre frenato dallo stabilire un vero contatto con molte persone.»

Leggendo questi passi non posso non tornare indietro nel tempo agli haibun dell’Oku no hosomichi, L’angusto sentiero del nord. Era la primavera del 1689 quando il poeta Bashō partì per il suo viaggio di poesia più lungo e creativo nelle zone del Giappone settentrionale. Percorse duemilacinquecento chilometri in centocinquantasei giorni. Di fronte all’isola di Matsushima il compagno di viaggio Soro esclama:

«Fatti prestare le ali dalla gru
per raggiungere Matsushima
piccolo usignolo»

Quasi quattrocento anni dopo, Andrea Cecon, moderno haijin appassionato di cultura giapponese, ci narra dei suoi viaggi attraverso il mondo sulle ali di moderni  aeroplani, in treno o in automobile, come quando attraversa, per l’ennesima volta, il confine con  la Slovenia e percepisce la dimensione di una nuova Europa. Quel confine è anche una metafora che lo porta lontano e lo spinge a cercare ancora:

«oltre confine
un usignolo cerca
nuove melodie»

Superare i limiti, superare i confini. Non smettere mai di cercare e di cercarsi. Attraverso questo libricino Andrea Cecon ci lascia delle cartoline senza mittente che portano in immagini, parole e poesia una dimensione del tempo che stiamo perdendo: l’attesa di acquisire quanto è già accaduto e l’incertezza di un viaggio che possiamo solo immaginare andandogli incontro.

Valentina Meloni

Tarantismo e Armonia

Durante una ricerca del 1989, lo studioso Pierpaolo De Giorgi incontra il depositario Amedeo De Rosa. Nel 1990 i due, assieme ad un nutrito drappello di giovani danzatori e percussionisti tra i quali Rocco Luca e Salvatore Crudo, fondano lo storico gruppo dapprima denominato Pierpaolo De Giorgi e i Tamburellisti di Torrepaduli. Etnomusicologo, filosofo cantante e leader del gruppo, De Giorgi lavora da sempre al recupero delle tradizioni del Salento. Egli ha formulato la teoria del pensiero armonico ( www.pierpaolodegiorgi.it ), un vasto insieme di idee diffuse sia in forma collettiva che in forma individuale nelle espressioni culturali di non pochi paesi del Mediterraneo. E’ una scoperta recente dal punto di vista unitario ed è ancora da indagare nella sua vastità e complessità.
Amedeo De Rosa, scomparso nel 1999, è un abilissimo maestro di tamburello. Il gruppo, utilizzando una serie di scoperte etno-musicologiche di De Giorgi, si pone all’avanguardia nel settore. Contribuisce in maniera decisiva alla rinascita della più antica forma di tarantella, la frenetica e insieme armonica pizzica-pizzica. Non a caso, è questa la musica rituale del fenomeno tradizionale del tarantismo.
Nel corso dei primi anni Novanta I Tamburellisti di Torrepaduli, con i loro concerti inediti e pionieristici, divengono i protagonisti della riaffermazione della dimenticata pizzica-pizzica, musica e danza attorno a cui in passato gravitavano i valori universali del culto di Dioniso e della Madre Terra. La pizzica-pizzica è la terapia musicale e coreutica del fenomeno dionisiaco del tarantismo che, come scopre De Giorgi, è un antico rito di rinascita. Dai testi, dai ritmi, dalle danze del gruppo si può notare un grande rispetto per questa cultura popolare, che viene osannata ma non ripetuta in forma banale o pittoresca, in osservanza dei precetti del grande musicista ed esperto Bela Bartòk. Brividi intensi di vita e di arte scuotono chi partecipa ai concerti di questi Tamburellisti di Dioniso, che inducono grandi emozioni estetiche. I Tamburellisti di Torrepaduli, che nei concerti dal vivo offrono il meglio di se stessi, spesso scrivono nuove melodie e nuovi testi poetici e rielaborano o reinventano musiche, testi e danze in senso progressivo. Ma la tradizione, con i suoi materiali musicali, ritmici e coreutici, è regina in tutto il suo splendore. Gioca un ruolo primario il tamburello salentino “a cornice”, suonato virtuosamente, che offre un emozionante ritmo incrociato (poliritmia ottenuta suonando simultaneamente in 4/4 e 6/8).
Il gruppo riprende la musica che guarisce i tarantati (i “morsicati” dal mitico ragno taranta) dalla malinconia e si ispira alle grandiose tradizioni del tamburello e della danza-scherma di Torrepaduli (Ruffano-Lecce), dove ogni anno (15 agosto) rivive una cultura antichissima legata al Santuario di San Rocco. Il successo dei Tamburellisti, alla fine, contribuisce persino alla nuova vertiginosa crescita della festa di San Rocco. I Tamburellisti di Torrepaduli vantano la collaborazione di Paolo Pellegrino, docente di estetica, e di Antonio Anchora, ambasciatore dell’ellenismo nel mondo. Recuperano anche il grico della cosiddetta Grecìa salentina, lingua sopravvissuta dopo la colonizzazione magnogreca e la dominazione bizantina, cantandone alcuni brani significativi e scrivendone di nuovi.
Di tutto questo tratterà il film documentario “Tarantismo ed armonia” della regista pugliese Antonella Caramia, presentato in anteprima il 30 giugno a Lecce presso l’ex Conservatorio di S.Anna e interamente basato sulle ricerche di Pierpaolo De Giorgi, con la partecipazione dei Tamburellisti di Torrepaduli. Con perizia tecnica, sapienti inquadrature e suoni adeguati la regista Antonella Caramia sintetizza il lungo e affascinante percorso che ha portato Pierpaolo De Giorgi alla decodifica dell’enigma del tarantismo. Da molti anni De Giorgi ha compreso che l’interpretazione di De Martino è riduttiva e insufficiente. È possibile invece identificare uno per uno i simboli universali in gioco che si condensano intorno ai due principi opposti e complementari che caratterizzano il concetto di armonia. I tarantati guariscono dopo un rito musicale tutto basato sull’armonia: inscenano la morte e poi rinascono danzando la pizzica-pizzica. Inoltre la pizzica viene suonata con il simbolo primario del tamburello: fatto con la pelle della capra sacrificale del dio Dioniso rappresenta la morte che quando suona rivive, suona tempo pari e insieme tempo dispari, bassi e acuti in pari tempo. Il film svela anche la prima rappresentazione al mondo di pizzica e di tarantella: è un rilievo del 600 del Riccardi del palazzo Giacinta di Lecce. Le musiche sono quelle tradizionali di Luigi Stifani e quelle nuove del noto gruppo dei Tamburellisti di Torrepaduli. interamente basato sulle ricerche di Pierpaolo De Giorgi, con la partecipazione dei Tamburellisti di Torrepaduli.
Con perizia tecnica, sapienti inquadrature e suoni adeguati la regista Antonella Caramia sintetizza il lungo e affascinante percorso che ha portato Pierpaolo De Giorgi alla decodifica dell’enigma del tarantismo.

Antonella Rizzo

 

 

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