InContro – Igea Frezza Federici

L’intervista che segue è stata condotta nell’inverno del 2011. È successivamente entrata a far parte di Amelia nel cuore, libro con il quale l’autrice ha cercato di restituire un ritratto della città nella quale ha scelto di vivere, a partire da quattro racconti biografici inanellati in una passeggiata affettiva nei luoghi, nelle vicende e nella storia amerina.
Igea Frezza Federici, classe 1926, è scomparsa nel 2016 ad Amelia, in provincia di Terni.

Il nome e la vicenda personale e familiare di Igea Frezza Federici si intrecciano a quella di ogni amerino, nel bene come nel male. Igea, nonostante la sua età, il suo interesse per la storia locale, per le tradizioni, per la cultura popolare, nonostante il suo puntiglioso coltivare quel filo di continuità che lega l’Amelia di ieri a quella di oggi, non è una donna all’antica: è una donna della modernità.

Igea: Sono nata nel ’26 ad Amelia. Mio padre, Giuseppe Frezza, era originario di Orvigno, in provincia di Rieti. Era venuto ad Amelia ad insegnare; poi ha conosciuto mia madre, che invece era di Toscolano, si sono sposati ed è rimasto qui, prima come maestro e poi come direttore didattico. Ma la casa dei miei nonni a Orvigno era bellissima, pensi che ci veniva Trilussa e scriveva i sonetti sui tovaglioli. Nonna era una matriarca e io ero la prima nipote femmina. Si figuri.

Fiammetta: sembrerebbe che lei abbia ereditato parecchio da questa nonna.

I: Senz’altro. Ma anche dall’altra nonna – nonna Gemma – che poi in realtà era la zia di mamma. Era una donna fuori dal comune: cuciva e cucinava benissimo ma cavalcava, andava a caccia e faceva il vino come un uomo.

F: e a parte queste figure di spicco, piuttosto originali, la sua educazione come è stata?

I: sono stata educata come una ragazzina di buona famiglia. Ho fatto l’asilo e le elementari dalle maestre Pie, a 10 anni l’Istituto tecnico inferiore a S. Agostino e poi mi mandarono a Rieti, in collegio dalle maestre Pie Venerini S. Paolo. Erano molto rigide, ma io ho un buon ricordo. La scuola era pubblica ma le suore controllavano il rendimento. Pensi Fiammetta che se prendevo tutti otto potevo uscire dal collegio una domenica al mese, a pranzo. Altrimenti niente. Allo stesso tempo  avevamo molte attenzioni e molti privilegi: gite, film non in circolazione, concorsi agonali. Anche perché c’era la sorella del segretario di Starace che ci faceva da assistente.

F: perché la mandarono proprio a Rieti e non, per esempio, a Terni?

Igea ride, sembra divertita al ricordo. Poi risponde:

I: perché all’epoca le mamme non ritenevano Terni una città adatta alla buona formazione di una fanciulla. A Terni ci andavano i maschi, ma le femmine no. Infatti mio fratello studiò a Terni. A Rieti comunque feci per tre anni le magistrali e a 17 anni ero maestra ma contemporaneamente studiavo anche greco e latino e a 18 anni presi anche la licenza liceale classica. Il mio padrino di Battesimo, Getulio Ceci, fu un grande personaggio, molto amante della cultura classica. Credo che mi abbia trasmesso qualcosa; e poi c’era papà, ovviamente.

F: quindi prima la scelta di buon senso, chiamiamo così le magistrali e poi, parallelamente la strada più ambiziosa, il liceo. Mi colpisce questo aspetto perché secondo me è senz’altro legato ai tempi ma anche ad un certo pragmatismo che mi sembra caratteristico di Amelia o forse dell’Umbria che dà molto valore all’operosità, alla concretezza.

I:  A 17 anni presi pure il diploma per insegnare nelle colonie! Che ne potevo sapere che dopo ce le avrebbero tolte?

F: E dopo, ha fatto subito la maestra?

I: non subito. Nel ’44  sono andata a Roma all’Università. Tre anni di Lettere antiche e il quarto anno mi sono laureata. Ricordo che quel giorno c’era anche Moravia con Elsa Morante che accompagnava sua nipote. Credevano che sarebbe stata la più giovane laureata in quella sessione. Invece per due mesi io la battei. Con Moravia ci siamo incontrati spesso, a Roma e a Todi, negli anni Ottanta, insieme a Siciliano, a casa del pittore Piero Dorazio, che era molto frequentata.

F: una specie di salotto artistico?

I: sì, c’erano spesso Moravia, Corrado Augias, Bill Curtis Pepper – il giornalista americano – e la moglie Beverly Pepper che è scultrice del metallo. Un’ebrea, famosissima, ha le mani come un operaio delle acciaierie! A Todi comunque ci andavo spesso, mi chiamavano per Getulio Ceci, il mio padrino di battesimo; ancora adesso; sono rimasta solo io che ho conosciuto Ceci.

F: il padrino che le ha trasmesso l’amore per la cultura classica?

I: sì, era un ellenista e un latinista, un uomo molto conosciuto in Umbria. Si diceva che Mussolini l’avesse messo da parte perché girava la voce che fosse massone e ateo, poi io ritrovai una poesia dedicata alla Madonna pubblicata su “Città viva” e rimettemmo tutto in discussione.

F: la massoneria era molto diffusa in Umbria?

I: sì, pensi che a Perugia, che è un città laica, il vescovo Gioacchino Pecci, poi Leone XIII, trovò un muro ma poi riuscì a governare. Adesso le maglie sono più larghe e le persone conciliano la chiesa e la massoneria.

F: Torniamo alla sua vita, dopo la laurea che succede?

I: Ho insegnato ad Amelia fino al ’49. Poi mi sono sposata con Franco Federici.  Abbiamo avuto 4 figli e la vita è proseguita così, in modo molto normale direi.

F: immagino che da madre di famiglia e da moglie di un importante imprenditore avesse un gran daffare; però non mette da parte gli studi, la passione intellettuale, vero?

I: assolutamente no. Ricordo con precisione il discorso di mio padre quando mi disse «tu adesso ti sposi, fai i figli e devi ubbidire a tuo marito, lasci l’insegnamento ma devi promettere che continuerai a studiare almeno due ore al giorno». Io, tra pappe e pannolini, la cucina, la casa non ho comunque mai mancato alla promessa. Anche ora.

F: quindi doveva essere una donna completa, come le nonne. Mi colpiscono moltissimo le donne di queste parti per le straordinarie capacità che hanno. Sanno fare e fanno di tutto. Ad ogni modo lei ha conciliato volentieri la famiglia e lo studio, l’amore per la cultura. Non ha mai sentito che le fossero di intralcio?

I: guardi Fiammetta io per la famiglia, per i figli – ne abbiamo avuti quattro – ci sono sempre stata. Sempre. Quando stavano bene, quando stavano male, quando dovevano studiare. Sempre, e ne sono fiera. Ho sempre ricevuto tanta gente in casa e ho sempre cucinato io. Ho cucinato tanto e tuttora cucino. Adesso i miei figli si preoccupano: mamma, mi raccomando, non li fare i cappelletti ché ti stanchi! In realtà guai se non li facessi. È una tradizione, non sarebbe Natale. Anche per la Vigilia, per esempio, si cucinano sette pietanze. Anzi in dialetto “sette côse”. Io le faccio tutte.

F: compresa la pasta dolce?

I: certo, anche la pasta dolce. È d’origine bizantina lo sa?

Non lo sapevo, come tante altre piccole perle che, durante la conversazione, Igea lascia cadere. Non tutto sono stata capace di raccogliere. Potrebbe sembrare sfoggio di erudizione se invece non trasmettesse un interesse e un rispetto profondi per ciò di cui parla. Igea non si limita a trasmettere la tradizione, nel senso proprio del verbo latino tradere, di tramandare; Igea la interpreta, la incarna. Per questo è una intellettuale sui generis: le manca, vivaddio, il distacco accademico. Le chiedo come le è nato questo amore.

I: ricordo che quando ero piccolina stavo spesso male, allora per tenermi occupata mi facevano ritagliare le lettere del sillabario. Quando andai a scuola sapevo già leggere e scrivere ed ero molto curiosa, volevo sapere il significato di tante cose. C’era un sacerdote che aveva tanta pazienza e mi spiegava. Poi andavo in giro per le campagne, a parlare con la gente dentro le case, con il mio quadernetto e la mia matita. E raccoglievo materiale, tanto materiale. Ricordo che Sertari e Santa Maria erano le zone più conservatrici per il dialetto. Perché ad Amelia ci sono tre dialetti: quello più antico, detto rustico e storico dal dialettologo Giovanni Moretti, quello usato da Augusto Attili nelle Poesie di Lollo. Poi c’è quello della Chierichini, un po’ più recente e poi c’è quello attuale della campagna che si va perdendo, corrotto dalla modernità, quello di Fulvio.

F: dopo aver raccolto questo materiale lei ha sentito l’esigenza di trasmetterlo, di porsi come tramite tra il mondo arcaico e contadino e gli amerini di oggi; questo materiale, mi sembra di capire, in parte è stato rielaborato nelle pubblicazioni organiche e in parte è destinato ad accendere e alimentare l’interesse dei lettori dei giornali e delle riviste con cui lei Igea collabora. Penso tra tutti al Banditore di Amelia: aneddoti, leggende, proverbi e curiosità che nutrono ancora l’animo. Mi chiedo tuttavia se oltre la curiosità della cultrice, della studiosa, questo sguardo rivolto al passato non sia anche un rifugio in un mondo che, almeno nel ricordo, appare migliore.

I: Fiammetta Amelia era davvero migliore di quella di oggi: c’era più semplicità, più coesione. Si cercava l’essenziale, c’era l’esigenza di conservare la tradizione, nel vivere, nel mangiare. Poi c’era anche altro. Per esempio eravamo arretrati. Nelle campagne i bagni non c’erano; c’era solo il “vociolo” e quando moriva un bastardo la campana suonava un rintocco di meno.

F: se dovesse sintetizzare anni di ricerche e studi cosa direbbe?

I: che l’uomo è fatto di superstizione e fede. Pensi che nel 1383 ci fu un Sinodo ad Amelia per vietare le pratiche magico-superstiziose. C’era tanta superstizione. Pensi che c’era un’usanza per la quale i malati con la febbre si toglievano la camicia e la facevano stropicciare su un’antica olografia di San Domenico, custodita in una chiesa: era un’usanza di origine orientale che, ancora fino agli anni Sessanta, anche se raramente, veniva praticata.

F: la superstizione sopravvive?

I: ci sono alcune pratiche ancora in uso; per esempio si indossa il “bimbo”, cioè un sacchetto con l’ulivo benedetto. Il 23 giugno, vigilia di San Giovanni, si prepara l’acqua odorosa: si mettono sette  fiori profumati in un catino, si lascia all’aperto tutta la notte e la mattina ci si lava il viso con quest’acqua che allontana le malattie. Il sette è un numero importante, scaramantico: pensi che quando mi sono sposata, nel ’49,  mi feci fare, perché così si usava, sette vestiti per sette domeniche. Ai bambini si regalano ancora amuleti, bracciali con corallo rosa che si credeva servissero per allontanare le streghe.

F: c’era la credenza nelle streghe?

I: be’ a Todi fu bruciata la strega Matteuccia; si diceva preparasse le pozioni d’amore con pipì di topo e polvere di unghie di mulo. 

F: certe usanze si perpetuano per superstizione o per cercare di tenere viva una tradizione?

I: alcune usanze risalgono a culti pagani di epoca romana, su cui poi si è innestato il Cristianesimo. Per esempio a Roma il 29 e il 30 aprile fino al 3 maggio si celebravano i Floralia i giochi in onore della dea Flora che erano piuttosto licenziosi e venivano fatti per propiziare buoni raccolti. Noi celebriamo il 29 aprile San Pietro dei gigli e il 3 maggio la festa della S. Croce, con le processioni in campagna, le così dette Rogazioni: i contadini mettevano croci e palme benedette nei campi per propiziare buone messi. L’uomo è così: è fatto di verità e menzogna.

F: e si può arrivare alla verità anche attraverso la menzogna. Ma torniamo ad Amelia, me la descriva a livello sociale.

R: bé storicamente Amelia aveva una nobiltà terriera discendente dai Guelfi e dai Ghibellini e più o meno si equiparavano. La borghesia invece in Umbria nasce con Napoleone e si rafforza con l’Unità d’Italia. Con l’annessione al Regno d’Italia solo ad Amelia furono confiscati alla Chiesa ben 60 beni, “corpi”. Anche questo palazzo che era un convento. A fine Ottocento nasce il ceto operaio: è di quel periodo la soppressione delle confraternite e la nascita delle società di mutuo soccorso operaio. Poi c’era l’artigianato: falegnami, fabbri, sediari, strumentisti – pensi che tutti in casa avevano il pianoforte – c’erano sarte, ricamatrici, modiste. Gli artigiani amerini erano bravissimi ed erano più signori dei signori.

F: cosa intende?

I: nel senso che erano persone sagge, rispettate. Questa era l’agiatezza di Amelia: la terra e l’artigianato.

F: la vostra che famiglia era?

I: eravamo benestanti, ma niente di più: borghesi; la vita era comunque improntata ad un’economia modesta. Ma la cosa particolare, molto diversa da adesso, è che c’era un contatto con tutti gli emarginati. Via Cavour era una specie di quartiere latino, ci abitavano i più poveri: la donnina che rammendava, quelli che portavano la legna, la tintora in via Leone – perché i vestiti vecchi non si buttavano, si tingevano. Ma anche adesso per me è così: se qualcosa si rompe, si straccia, non calza più bene l’accomodo io stessa: cucio, rammendo le calze, i calzini. Non si spreca niente. Comunque all’epoca c’erano anche tanti tipi buffi che oggi non ci sono più. Ricordo l’Osteria di Sante del Culone; la moglie si chiamava Femia – Eufemia – e mentre stava davanti al fuoco a cuocere i tordi imboccava il marito con la minestra. Lui non faceva niente, però gli dava il ritmo: “Ogni Fè, Soffia Fè”, cioè ungi e soffia: ungi l’arrosto e soffia la minestra .

F: quindi diciamo che la divisione in classi era forse più marcata di quella di oggi, ma c’era un contatto maggiore. Era importante la carità?

I: Non era carità per noi. Era una ricchezza dividere con loro. C’era vicinanza e comprensione. Quando ero piccolina c’erano giorni stabiliti per ogni cosa: per la casa, per le funzioni religiose, per il bucato e anche per le visite. Anche noi bambini partecipavamo; ci mettevano davanti a un banchetto con tre confetti e stavamo lì ad ascoltare. Ho conosciuto tante cose dal banchetto. Ecco, una parte della vita era dedicata al rapporto con gli altri. Anche la visita all’ospedale era d’obbligo.

F: sembra impossibile pensarlo oggi. Adulti e bambini stanno poco insieme e quando ci stanno sono gli adulti che accompagnano i bambini alle loro attività, ai loro intrattenimenti. E il rapporto con il male, con il dolore, come lo ricorda?

I: Il male non spaventava: era da alleviare, da curare, da avvicinare. Per me è ancora così: mio marito Franco purtroppo è morto da poco ma io l’ho curato qui in casa, fino all’ultimo. Prima per tutte le famiglie benestanti c’era pure l’obbligo di ospitare in casa i parenti degli ammalati che non potevano permettersi la locanda. C’era la famiglia Restori, a Croce di borgo, cui capitò un fatto singolare. La cuoca stava davanti al fuoco e cuoceva il minestrone e vicino a lei c’erano due uomini che, appunto, la famiglia stava ospitando. A un certo punto la cuoca si sentì osservata. Si girò verso il quadro della Madonna e vide che la Madonna la stava guardando. Allora si insospettì, prese un po’ di minestrone e lo fece mangiare al gatto che morì perché in realtà gli ospiti erano dei ladri e avevano avvelenato il minestrone ma in questo modo la famiglia fu salvata. Adesso questa Madonna sta nel palazzo di Firenze.

F: Igea credo che, a questo punto, non sia più tanto importante chiederci come eravamo, come vivevamo, quali erano le tradizioni di un tempo e di una comunità che, almeno nel ricordo appare migliore. Credo sia più importante chiedersi quali sono – adesso – i punti di contatto, di continuità. Cioè enucleare in quali modi e forme si continuano a perpetuare certi valori e contenuti. Cosa è rimasto di questa coesione sociale, di questo dedicarsi agli altri, ora che il tempo del lavoro – un lavoro perlopiù lontano da casa – ha tolto tanto tempo alla famiglia, alla convivialità, agli amici?

I: bé ci sono ancora gruppi molto forti, con legami stretti, poi la famiglia è molto sentita e il cibo, il cucinare per gli altri, è ancora sacro.

F: torniamo ad Amelia e alla sua vita, gli anni della sua prima giovinezza sono anche gli anni del fascismo.

I: sì, dopo la prima guerra mondiale gli operai scioperavano perché senza lavoro. C’era poco lavoro anche nelle campagne perché i proprietari non investivano nel terreno. Amelia si spacca in due: fascisti e non fascisti. Poi c’erano gli anarchici e i socialisti. Col fascismo anche qui abbiamo avuto i gerarchi, l’Opera Nazionale Balilla, le colonie, il Patronato scolastico. C’erano anche piccole novità come il Teatro sociale. Venivano le opere per S. Fermina, per Carnevale e Ferragosto.

F: suo padre era fascista?

I: e sennò non sarebbe stato insegnante. Ma chiuse con il 25 luglio, disse «basta è finita».

F: invece il comunismo come  si diffuse?

I: la mezzadria ha fatto nascere un odio verso chi stava meglio, è la genesi della sinistra.

F: la mezzadria è considerata però anche una fase di passaggio da una mentalità contadina arcaica, di tipo feudale, ad una più imprenditoriale, e quindi un fattore positivo per lo sviluppo di un’agricoltura più moderna. Lei invece pensa che nel contadino sia prevalso il senso di sfruttamento?

I: sì e poi questo è stato utilizzato politicamente. La sinistra è come la chiesa, va per le case. Anche la Nilde Iotti la pensava così.

D: Torniamo al matrimonio. Ha detto che si sposa nel ’49. Come aveva conosciuto suo marito?

I: Con Franco Federici eravamo fidanzati “nella pancia”. Le nostre madri aspettavano contemporaneamente e si toccavano le pance. Poi io fui mandata a studiare a Rieti e lui a Roma. Il primo anno di università, nel ’45,  organizzai con gli studenti un veglione al Teatro Sociale di Amelia, il Veglione di Biancaneve. Alle due di notte andò via la luce e dovemmo andarcene – si figuri che si disse che erano stati i comunisti . Il sabato successivo comunque venne rifatto. Ricordo che avevamo invitato gli ufficiali ebrei inglesi che stavano nella proprietà dei Tinarelli a Santa Maria. Gli alleati nel ’44, avevano passato il ponte. Comunque il padre di Franco si accorge che io sarei stata Biancaneve e compra tutti i biglietti del Principe Azzurro per il figlio. Ecco, al veglione ricordo io sul somaro e Franco che tirava. Poi Franco venne a Roma, per studiare e a quel punto, quando decidemmo noi di fidanzarci, i suoi lo mandarono a Perugia. Poi io mi laureai e nel ’49 ci siamo sposati.

F: senta Igea mi parli del Pastificio Federici.

I: era l’azienda di famiglia di Franco, esisteva sin dal 1888. Erano due fratelli imprenditori tutto qui. Io ricordo che avevamo buoni rapporti con le maestranze, un rapporto in qualche caso familiare.

F: il pastificio oltre ad essere una delle poche realtà industriali importanti dell’amerino era un’azienda significativa a livello nazionale ed anche all’estero. Leggevo degli articoli in cui si parlava della Federici come di una dei maggior esportatori di pasta italiana nel mondo. Invece nel giro di pochi anni non si riesce ad evitare il fallimento.

I: guardi Fiammetta a mio marito non farebbe piacere e quindi preferisco parlare d’altro. Le dico solo che è stato un colpo molto duro, un momento terribile per la mia famiglia e per Amelia.

Abbiamo fatto di tutto e non voglio entrare nei particolari ma le dico solo che i miei figli si sono spesi totalmente. Poi hanno dovuto trovarsi altre occupazioni. È stato molto difficile ma ce l’hanno fatta e si sono sistemati. Ecco di questo sono orgogliosa. Di come non si sono lasciati abbattere e hanno trovato la loro strada.

F: hanno trovato in lei un valido esempio.

I: bisogna sempre guardare avanti. Io non ho mai smesso di occuparmi delle mie attività, dei miei studi, di coltivare le mie amicizie. Insegno all’Università della Terza Età, sono socia onoraria del Rotary club, presiedo i Convegni di Cultura Maria Cristina, scrivo, leggo, partecipo. Insomma non mi lascio andare. 

F: Degli anni Settanta cosa le è rimasto impresso?

I: bé l’inurbamento dei contadini, che era già cominciato dopo la guerra, si è fatto più massiccio ed e è stato un primo fattore di cambiamento di Amelia. Poi la decadenza. Piano piano è entrato nei nostri costumi il permissivismo. L’uomo ha bisogno di solide certezze e la modernità è stata malintesa. La TV ha portato il mondo nelle case ma adesso è una cattiva maestra. I giovani hanno davanti il nulla.

F: è una decadenza morale?

I: sì, siamo di fronte soprattutto alle macerie morali e manca la voglia di ricostruire. Le generazioni moderne si perdono nei falsi miti. Il week end è un falso mito, le vacanze, i viaggi, ma i principi, la morale naturale, neanche cattolica, mancano. Manca il rigore morale.

F: io avverto tuttavia anche una grande voglia di riscatto. Bisognerà vedere se sapremo affrontare il sacrificio della ricostruzione che non può essere solo un guardare al come eravamo. Bisognerà trovare forme nuove. Comunque oltre l’inurbamento dei contadini ci sono elementi esterni che cambiano la demografia amerina. Per esempio la Comunità Incontro, come interagisce con Amelia?

I: verso la fine degli anni Settanta Don Pierino arrivò a Silla. Ha applicato regole severe e i ragazzi non escono quindi i contatti con la città sono pochissimi. C’è molto rispetto per Amelia.

F: una specie di comunità in un’altra comunità. E l’immigrazione romana quando è cominciata?

I: quella c’è sempre stata. Il movimenti davvero nuovi sono quelli dall’est, questi hanno davvero cambiato Amelia anche se, in realtà, sono una risorsa. Certo il disagio economico c’è ma il lavoro lo trovano perché sono disposti a qualsiasi lavoro e perché sanno fare tutto.

F: degli anni Ottanta cosa ricorda?

I: be, credo Lama. Si innamorò di Amelia, comprò una casa – molto modesta per la verità – e fu sindaco per due mandati. Lui ci provò a rimettere le cose a posto su nel Comune e qualcosa effettivamente fece. Era anche una persona tanto riservata e si stupiva del fatto che i cittadini andassero direttamente a parlargli nel suo ufficio. Mi raccontava: «pensi signora che bussano, entrano, mi danno del tu e cominciano a parlare. Io non posso, devo lavorare».

F: quindi non riusciva a cogliere il rapporto diretto, immediato che, in un piccolo centro, ci può essere tra il cittadino e l’amministrazione.

R: io gli risposi che aveva preso tantissimi voti e che chi l’aveva votato voleva essere ascoltato. Bisogna saper ascoltare. È fondamentale per un politico.

F: non aveva pazienza?

I: uh, la pazienza è una padella col manico insaponato.

 

Fiammetta Palpati

 

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