Focus Haiku – Triade Marocco-haiku-Diwali

Triade Marocco-haiku-Diwali
Poesia, nazione comune

“Quelle della poesia sono le ragioni di un incontro”

Tetouan, città del Marocco sul Mediterraneo, ha confermato la sua vocazione di capitale artistica del paese maghrebino inaugurando il “Festival del Mediterraneo, Voci dalle due rive”, rassegna di arte e poesia che si è tenuta dal 28 al 30 giugno 2017 con le prime due serate del festival tenute presso il teatro del Centro culturale, e la terza presso il sontuoso salotto letterario andaluso di Casa Bahae a Tangeri, città sull’Atlantico, presenti professori universitari e critici letterari. In programma poesia, canto popolare, balletti e performance di poeti e artisti provenienti da Spagna, Italia, Egitto e Marocco. Un happening voluto dagli organizzatori per mettere in luce i valori di incontro e dialogo tra culture diverse sotto l’egida dell’arte, scaturita generosa dall’impegno degli artisti coinvolti. L’iniziativa ideata da Dalila Hiaoui, poeta e giornalista, nata a Marrakech e che vive e opera da anni a Roma come docente di arabo presso le agenzie delle Nazioni Unite, il Centro Islamico Culturale d’Italia e l’Università Internazionale UniNettuno, è stata realizzata con il patrocinio del Ministero per i Beni culturali marocchino, in collaborazione con le associazioni culturali “A-scuola per l’educazione e la cultura”, e “Agial 21 per la cittadinanza e la cultura” ed ha avuto notevole risonanza sui media locali.

Invitati a partecipare i poeti spagnoli Gustavo Vega e Tonia Passola, Hesham Fiad, egiziano, e per la compagine italiana i musicisti e cantanti Claudio Reginelli e Angelo Torchia, oltre alla poeta Patrizia Stefanelli e me che scrivo. Un gruppo formulato sui comuni interessi poetici ha i dovuti presupposti per lavorare insieme ed è con la giusta alchimia che abbiamo convissuto per cinque giorni la bellezza e le sfumature paesaggistiche e umane del Marocco. Le sere dei tre giorni del festival hanno visto in scena, oltre agli interventi degli artisti ospiti e locali “senior”, performance di canto e movimento di ragazze e ragazzi arabi, leve in erba dell’arte performativa che tra tradizione e impegno civile hanno proposto testi e coreografie di gran suggestione. Toccati trasversalmente i temi della pace, della convivenza civile tra i popoli, dell’amore e della speranza, con sonorità di lingue diverse ma con una portata emotiva che finalizza il medesimo scopo: l’accoglienza dovuta all’incontro.

Le fatiche artistiche serali si sono alternate alle escursioni diurne la cui destinazione ambiziosa era la scoperta della cultura berbero-araba. Dall’interno dei taxi la vista di un Marocco regolato e verdeggiante, con le strade curate fin nei minimi particolari tra giardini e decoro, ci ha rimandato l’impressione di un Paese gradevolmente ordinato. Non mi è sembrato le persone avessero il passo affrettato così conosciuto in occidente. Forse le temperature africane persuadono alla più naturale ‘lentezza’ così celebrata anche dalle culture orientali. E dall’Oriente il Marocco ha appreso l’insegnamento degli haiku, tanto che nelle scuole se ne insegnano le tecniche di scrittura come esperienza didattica. Ecco dunque che, come scrittrice di haiku e come redattrice della rubrica dedicata su “Diwali Rivista contaminata”, in osservanza al principio di ‘sincronicità’ (Jung e Steiner: il ‘caso coincidenziale’ non esiste) ho visto rivelarsi la conseguenzialità dell’esito che porta all’uroborico “Marocco-haiku-Diwali rivista contaminata”, qui inclusa la persona del suo direttore Flavio Scaloni che, padrone della lingua francese e della sensibilità poetica, ha provveduto a tradurre nella lingua d’oltralpe i miei componimenti, come l’organizzazione del festival aveva richiesto ai poeti non di lingua araba. Ho presentato i miei testi leggendo io stessa le due versioni italiana e francese, nelle date di Tetouan e in quella finale a Tangeri, nel sontuoso salotto di stile arabo-andaluso in casa del prof. Bahae, avvocato e presidente dell’associazione scrittori. Gli stucchi policromi, le ceramiche moresche dalla ipnotica continuità geometrica, così come i soffitti a cassettoni dai contrasti cromatici, e le porte decorate, gli arredi moreschi tra legno intarsiato e madreperla, tutto ha contribuito per un’atmosfera da Mille e una notte, dove Sherazade si è trasfigurata in Wallada Bint al-Mustakfi, la “Saffo andalusa”, principessa omeya arabo-andalusa di 1000 anni fa che la casa editrice da me diretta, FusibiliaLibri, ha pubblicato per la prima volta in Italia per la traduzione di Claudio Marrucci. Presenti i versi di Cammino orgogliosa per la mia strada dunque, per voce di Dalila, che l’ha letta al pubblico nell’idioma originale, e per voce mia, letta finalmente nella lingua del “sì”.

Il festival “Voci dalle due rive” è stato un viaggio attraverso la poesia e la curiosità insita nel carattere di ogni nuovo incontro, e la risposta all’esiguità del tempo concessaci in terra maghrebina è stato il desiderio di percorrerla il più possibile nei quattro giorni a disposizione. Anche per questo, per cogliere e portare a casa tanti attimi di incontro che sono intervenuta sul mio apparecchio fotografico in maniera compulsiva. Milleottocento scatti sono il mio bottino d’immagini. Tetouan (la capitale artistica), Tangeri (la città internazionale), Assilah (la città blu), Rabat (la capitale), raccontate attraverso l’obbiettivo che ad ogni scatto si sorprendeva del risultato ottenuto. Più che il dosaggio ragionato di tempo d’esposizione e diaframma è stata l’oggettiva particolarità dei luoghi a risolversi nella bellezza del reportage fotografico. La prima mattina l’abbiamo dedicata a Tetouan, a piedi, attenti a non perdere nemmeno la visione di un angolo. Strade larghe, pulite, qualche negozio alla moda occidentale, molte botteghe artigianali, qualche ‘sciuscià’ sotto i portici della piazza dove affaccia la chiesa cristiana, le spazzole terminali di braccia che lucidano le scarpe dei clienti ‘assettati’ sui panchetti, una visione dalle reminiscenze partenopee. Noi cerchiamo la Medina, la città vecchia. L’ingresso attraverso un portale di legno lascia alle spalle la sontuosità del palazzo reale e della sua vasta piazza nella modernità urbana. Il mistero della Medina appare agli occhi, nei vicoli stretti così creati per fini difensivi, un contrasto immediato di luce e di ampiezze. Teli colorati legati da muro a muro creano ombre variegate lasciando i magri spicchi di cielo mostrarsi tra le viuzze. Immersi nel silenzio della canicola meridiana si cammina procedendo tra i colori dei bazar e gli odori delle cucine di strada allestite su banchetti precari. Nel dedalo di cunicoli del quartiere ebraico i gatti smunti ripuliscono di buona lena le stradine anguste dagli scarti del pesce. C’è un’umanità poco vociante nella calura che sfianca le energie. Due vecchi accovacciati sullo scalino di marmo verde di un portone conversano mentre uno di loro intinge un tozzo di pane nella ciotola di latta ai loro piedi. L’altro lo osserva. L’intingolo rivela essere una brodaglia scura, ma la scena di soddisfacimento della fame più che gli attributi della povertà sembra avere un soffio di dignità e tenerezza. Rispetto.

I venditori dei bazar avvezzi a ripararsi dal caldo ti chiamano ma non sono insistenti: sorridono ugualmente anche se osservi e poi non compri niente. I turisti immersi nella lettura sensoriale del luogo con difficoltà si distraggono dall’attenzione e dall’impegno di non perdere l’esotismo di questa bellezza. C’è tanta luce, e odori inusuali tra i banchetti delle mercanzie, e tessuti, e rame, e pietre, ceramiche e babbucce. E ancora: abiti tradizionali, strumenti musicali, c’è la summa di ciò che le mani e l’inventiva dell’uomo possono realizzare. Compro un caftano arancione in seta e velluto ricamato a mano, il venditore non prova nemmeno a persuadermi: lo vedo e lo voglio. Un abito senza tempo, come ogni oggetto d’arte. Ad indossarlo mi sento un po’ Wallada: non sono principessa ma ho i capelli lunghissimi e un portamento fiero degno di una berbera (berbera nella lingua tamazight significa ribelle). Usciamo dalla Medina percorrendo la via delle gioiellerie, vetrine ricolme di artigianato orafo e tanto oro. L’opulenza attuale contrasta con gli scenari di fatiscenza appena percorsi: persino gli ombreggianti da muro a muro non sono più teli colorati ma strutture lignee più ricercate. Il giorno dopo medesimo stupore e bellezza ci riserveranno la vista della Spagna da Tangeri, la “Grotta d’Ercole” 15 km più a sud, un lungo corridoio d’accesso al mare scavato nella roccia ad opera un po’ della natura e un po’ degli antichi romani che si apre poi in caverne iridescenti, e Assilah, la città blu, una fortezza edificata al tempo della dominazione portoghese i cui muri bianchi e blu la rendono una perla tra cielo e mare. Anche questa si percorre in silenzio sotto il sole cocente. Siamo poeti performer, e sui bastioni improvvisiamo un’estemporanea che finisce nell’occhio della mia Nikon. Ci sentiamo luce nella luce. E anche suono. È naturale quindi unirsi al trio di musica etnica che a terra su un grande tappeto vocalizza canti ritmici di sincretismo religioso. I ‘nostri’ due strumentisti si alternano allo strano strumento a corde lontano parente della chitarra. L’osmosi è compiuta: suoni, lingue, culture diverse fuse in un’unica suggestione. Salutiamo i tre ragazzi che non hanno smesso un attimo di cantare. Loro ricambiano alzando l’intensità della voce. Nella piazza dove è edificata la “Torre rossa”, la cui architettura ricorda la “Torre di Belém” a Lisbona, c’è una galleria d’arte, una caffetteria, un barbiere e una piccola bottega di vendita essenze, cosmetici e spezie. È uno stordimento di profumi. La ragazza velata dietro il bancone ci indirizza agli acquisti precorrendo le nostre richieste. Avrà forse imparato cos’è che attira gli occidentali. L’ultimo giorno visitiamo la Kasba degli Oudaïa di Rabat, la fortezza quartiere in azuleyo portoghese affacciata sull’Oceano Atlantico. Dopo poco torneremo in volo verso la ‘nostra’ riva.

Il tempo di ritorno del viaggio è tempo di riflessione su quanto si è ricevuto. A Dalila, a Flavio, ai miei compagni di viaggio e alle persone con cui ho condiviso poesia e solarità in Marocco, offro la sola parola che ho imparato in arabo (ma la più efficace): shukran (grazie)!

Haiku – Dona Amati

 

sabbia e sassetti
nella cornice in legno —
giardino zen

 

 

quanto son buone
le ciliegie rubate —
risa tra i rami

 

volano unite
libellule in amore —
salto nell’acqua

 

acqua di stagno
indurita dal gelo
tutto si ferma

 

serra le chele
sulla preda che guizza —
granchio affamato

 

voli di insetti
a terra i fichi sfranti —
dolce banchetto

 

coda dritta
il merlo raspa a terra –
un balzo e vola

 

 

 

sable et cailloux
dans le cadre en bois –
jardin zen

 

 

qu’est-ce qu’ elles sont bonnes
les cerises volées –
rires dans les branches

 

elles volent unies
libellules en amour –
saut dans l’eau

 

eau d’étang
endurcie par le froid
tout s’arrête

 

Il serre les pinces
sur la proie qui frétille –
crabe affamé

 

vols d’insectes
au sol figues défaites —
doux banquet

 

queue droite
le merle gratte au sol —
un bond et il s’envole

 

 

 

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